Diario di una esperienza: Assistente a Maria Fux, Milano, 13/14 febbraio 2007
Durante il percorso di formazione quadriennale presso Sarabanda ho avuto il privilegio, in uno degli stages che venivano condotti direttamnete da Maria Fux, di esserle accanto come assistente, un ruolo in cui la sola cosa che devi fare è diventare “trasparente”, saper intuire senza domandare quale musica di quelle stabilite mettere, quando, con quale volume, quando sospenderla, ad un suo impercettibile sguardo. Un privilegio immenso di studio, accanto alla Maestra, che poi una sera, incrociandomi in platea del teatro dove era salita sul palco nel suo ultimo viaggio in Italia, si fermò, mi fissò e disse “Non c’è scuola… fai la tua strada”. Avevo ancora paura… ora, anni dopo capisco l’intensità dello sguardo che leggeva dentro di me quello che non sapevo avrei fatto…
Queste pagine che seguono sono il diario di quelle due giornate passate accanto a lei, invece che guidata a danzare come le mie compagne di formazione.
Par 2.1 La mia Maria Fux
Prima di elencare gli strumenti di questo metodo e i alcuni dei vari modi con cui nel corso di questo periodo sono stati utilizzati ed integrati nel mio lavoro mi piace portare la testimonianza personale e diretta di quello che è il Metodo Fux inteso come osservazione diretta di un intero week eknd di conduzione di Maria stessa.
I libri raccontano, danzare con lei è esperienza, ma h avuto la fortuna e l onore per un week end, il 13/14 febbraio 2007, di essere chiamata a coprire un ruolo diverso da quello solito, invece che danzare guidata da Maria la scuola che frequentavo mi chiese, durante le sessioni destinate a gruppi a cui non appartenevo, di “fare da assistente”, che sostanzialmente significava “solo” mettere e togliere i cd mano a mano che Maria lo indicava. A seguito di quella esperienza come esa abitudine stesi una scheda di osservazione, che riporto qui di seguito, come fosse una fotografia, un filmato breve ma denso di una lezione di “didattica fux”.
In effetti, come sempre accade quando si sta accanto ad un Maestro, è stata una preziosa occasione a cui ripenso con gratitudine, dato che mi ha offerto un punto di vista privilegiato e abbastanza unico.
Oggi, a distanza di cinque anni, nel raccogliere i materiali di questa mia ricerca e percorso di vita, non posso che rileggere queste pagine con commozione, e cogliere, assieme alle suggestioni e agli elementi didattici che scaturivano spontanei da questa esperienza di aasistenza ed osservazione, la concretezza dell’esperienza come massimo atto di trasmissione ed apprendimento nella vita.
Cosa osservi quando conduce Maria?
La presenza, totale, assoluta, continua.
Non un attimo di cedimento o di assenza, nemmeno quando si allontana per prendere una pastiglia.
Osservo con ansia il pomeriggio del secondo giorno il suo sguardo, lo sbattere degli occhi più insistente, il suo viso e le sue mani tradiscono un disagio fisico.
Anche il giorno precedente nel pomeriggio Maria era più stanca, ma il giovedì il mal di schiena la costringe a prendere una pastiglia durante la sessione; lo fa mentre il gruppo lavora, senza sospendere la sua conduzione, che non ne risente minimamente, non arresta, non rallenta, la sua voce resta ferma, si sposta nello spazio e insegue con lo sguardo in ogni istante.
Vede tutto, sempre.
E dovunque, in ogni istante.
E’ come fosse ubiqua.
E’ in un punto e parla delle persone che stanno dalla parte opposta.
La sala è il suo palcoscenico, in ogni attimo.
E’ teatro, è Sacra Rappresentazione dall’inizio alla fine. Da quando scende dal Taxi, in strada, fino a quando esce di nuovo dalla porta della Scuola.
E’ personaggio e persona al tempo stesso.
Questo incarnare il proprio ruolo, essere personaggio e persona mi colpiscono molto. Lei E’ questo, totalmente, e questo passa a chi la osserva ed ascolta, il suo essere totalmente ciò che dice e agisce.
Non sta “facendo”, E’. Vive ed incarna totalmente ogni suo gesto e ogni sua parola. E infatti lei chiede e pretende Verità. In ogni gesto, in ogni ricerca.
Didatticamente c’è grande attenzione a muovere ed animare dinamicamente tutto lo spazio della sala, a giocare con le dinamiche gruppali, con interazione o con la semplice osservazione, ad integrare l’uso di corpo e voce, a stimolare con immagini ma a pretendere rigorosamente l’assoluta e precisa osservanza della consegna.
Nella più totale precisione, anche rispetto alla qualità di ciò che viene richiesto.
Non c’è spazio per uscire dalle consegne, mai.
Nemmeno per lo sguardo.
E’ incredibile come questa donna chieda evochi e provochi la Creatività, ma incanalandola in sentieri strettissimi e precisi. “Ferme!”, “Per favore…”, sono i segnali che la consegna non è rispettata nella sua dimensione qualitativa, sempre un’osservazione generale, che non colpisce e non ferisce nessuno, ma guida con precisione all’obiettivo del lavoro. Che può essere tematico o letterale, ma ha sempre, come scopo ultimo, un corpo abitato amorevolmente e rispettosamente dei propri limiti che scriva con creatività nello spazio.
Maria chiede il sorriso per sè per l’altro, e lo dona. Amorevolezza è sorriso di Verità. Anche ironia, ma benevola.
Lei dice sempre “Non è altro che questo…”, ci mette una battuta ironica o un gesto dei suoi, teatro e danza totali, ma nulla in realtà è casuale e lo dice in modo chiaro, parlando di se stessa, dei colori dei suoi abiti, tutto è diverso ma tutto è preciso.
“Ogni cosa ha il suo posto” ci aveva fatto dire l’anno scorso, quest’anno usa come ritmicità sonora oltre al monosillabo il suono “www”, in un gioco ammiccante di ritmo e aggiornamento, come a dire “Avrò 86 anni, ma nemmeno il web mi spaventa….”. Come dire portare la danzaterapia sempre al presente in cui tutti vivono immersi.
Anche il ritmo è un elemento fortemente caratterizzante.
Tutto nel suo lavoro è ritmo, la scansione con cui procedono le intere sessioni, la scansione con cui si sviluppano le varie unità didattiche, l’uso ripetuto della musica, tutto è “relazione amorevole tra ritmo e melodia” come aveva detto anche l’anno scorso, perché a unire il ritmo sta la continuità del metodo: nuova proposta, poi riproposta, poi approfondimento qualitativo in varie direzioni alla fine la ripresa, nell’ultimo giorno dei lavori: la continuità, agita con ritmo, si presenta come l’elemento essenziale dell’assimilazione e dell’esplorazione della possibilità.
Possibilità è un’altra della parole chiave del suo metodo. E’ di fatto come dire l’altra faccia della medaglia della Creatività.
Tutto il lavoro del corpo è Possibilità e quindi Creatività.
Così suona la sua ricerca, così è la motivazione fondamentale dell’uso continuo della polarità nel suo lavoro “una su l’otra giù…”, in questa maniera, spiegherà, fai uscire la persona dalla ripetizione dello schema fisso, è l’inversione che devi proporre non appena ti accorgi che il movimento si cristallizza e l’esplorazione creativa rischia di morire.
Gioca con gli strumenti musicali, provoca musicalmente ma resta anche fedele a certi motivi riconoscibili e “storici” rispetto alle unità didattiche a cui sono riferiti, propone il giornale e l’elastico come fossero unità mai viste prima….
Forse nella sua vita sarà la millesima volta che propone questi lavori, eppure nel suo dare le consegne il tono della voce è entusiasta, perentorio, presente, totale, come fosse un’idea appena nata.
Ogni spettacolo è sempre unico, e così ogni danza e ogni interprete.
Non un attimo di calo di attenzione e di tensione, non un attimo di vuoto, non un attimo di silenzio. Non c’è mai silenzio: suscita l’applauso, lo dona, lo provoca lo chiede, ci parla e danza sopra, chiama la musica, gioca con i suoni delle parole come con le sue abili ed ammiccanti mani, l’utenza è sempre tenuta e provocata all’attenzione, occhi aperti e chiusi, in terra e in piedi, ferme o danzanti, il lavoro è continuo, senza un solo istante di sospensione,.il ritmo non viene mai arrestato e la continuità è assoluta.
Solo quando esce dalla sala puoi dire che ha concluso, fino a che è in sala c’è danza, in ogni angolo: “Io soi artista…”. E chi oserebbe mai negarlo…!!!
Parla con Bach e con il suo telefono virtuale, usa l’ironia per alzare il livello dell’attenzione e per abbassare la tensione e il timore che la sua presenza automaticamente innescano, ne è consapevole, se ne compiace e ci gioca amorevolmente, per sciogliere le tensioni e portare i corpi ad essere disponibili e fluidi, adatti al movimento e al non farsi male.
Vede Maria, vede quando rischi di farti male, lo vede da lontano e senza mai intervenire, se non molto raramente, in modo diretto, non manca di dare segnali verbali non individuali che giungono al mittente. Lo specifica, “Non puoi mai dire è sbagliato, ma la persona non deve farsi male, se capisce…??.”
Dopo un po’ sei abbagliato mescolato a lei, tutt’uno con la sua modalità di essere e vedere, non c’è altro in sala se non un tutt’uno di musica e danza, parola e “imagen”. L’eco si spegne solo dopo un po’ che la sala si è vuotata di lei e delle danzanti anime.
Alla fine le parole: scritte e raccolte “Non son parole di uno, son parole del gruppo” a volte scritte, a volte no, quando devono uscire però l’invito è perentorio “nessun corpo esca con la parola dentro”, come per le consegne anche in questo caso Maria è estremamente direttiva.
Il gruppo è un nodo a cui tutti partecipano, il gruppo è lo strumento della specchiatura, lo spazio dove puoi crescere, modificarti, mostrarti, trovarti.
Non se ne parla, lo si usa, suddiviso in sottogruppi che si intrecciano dinamicamente o si alternano, purchè non sia disposto in maniera regolare, mai….
Nessuna forma, nemmeno il cerchio, anzi evitato con cura.
E dentro a tutto una sorta di Amore per l’universo mondo: tutto è bello, il pavimento, la compagna, la musica, il giornale….
La danza che nasce è la danza della meraviglia e non può essere che splendida come è sempre la danzaterapia…
E’ un’esperienza incredibile stare da questa parte della sala, per questa esperienza puoi provare solo immensa gratitudine: per chi l’ha resa possibile, e per chi ha donato lavoro e dedizione per rendere possibile oggi la comprensione di tutto questo.
Grazie !


